Josephi

Ha sei mesi ma non li dimostra: piccolo e raggrinzito, peserà si e no tre chili. Dopo due tentavi non riusciti con gli stregoni locali, la madre si è decisa a portarlo al nostro dispensario, riferendo che da quindici giorni ha la diarrea. Il bambino in stato soporoso, disidratato, evidentemente iponutrito; alla visita non piange e, mentre l’addome sembra trattabile e poco dolente (anche se meteorico e sede di vivace peristalsi), l’auscultazione toracica non lascia dubbi circa la coesistenza di una grave infezione respiratoria concomitante. La temperatura è solo 37,5. La situazione risulta decisamente grave e dopo breve consultazione con Will, ricoveriamo il piccolo sia per reidratarlo, sia per sottoporlo a terapia antibiotica. Meno male che il vetrino per la malaria, prontamente allestito da Gau, è risultato negativo! Anche la madre appare male in arnese ed in particolare ha i seni afflosciati e privi di latte; faccio quindi notare sia a Will che a Gau che, se tutta la famiglia si trova in tali condizioni, le malattie sono più probabili e le guarigioni sono molto più difficili. Per rimediare al problema, decidiamo di dare loro un po’ di soldi per mangiare, ma ci viene fatto notare che sarebbe molto meglio regalare il cibo direttamente; Will suggerisce come corretto un quantitativo iniziale di mezzo quintale di mais e 10 chili di fagioli e sghignazza apertamente quando mi avvio in paese per fare l’acquisto: i wazungu possono comprare souvenirs et similia, il cibo è una cosa seria e va acquistato da gente del posto che conosce prezzi e venditori; anche Gau ridacchia e si candida per l’impresa. Intanto, dopo svariati tentativi, Vicky è riuscita a montare la flebo. Arrivano i familiari per aiutare la madre durante il ricovero: in Tanzania nessun ospedale o centro sanitario provvede ai pasti dei ricoverati, per cui a turno madri, sorelle o mogli cucinano per i degenti nello spazio circostante l’ambiente di ricovero, allestendo piccoli bivacchi con piccoli focolari improvvisati, ma efficienti. Nel nostro caso arrivano in tre: nonna e due zie. Cordialità, saluti, sorrisi un po’ stentati, volti preoccupati: a tutti appare chiaro che c’è poco margine di recupero, anche se l’intervento è stato tempestivo (diagnosi, ricovero ed inizio terapia perfusionale in meno di un’ora) e attento anche alla componente non medica del problema (mais e fagioli). A questo punto, come in tutte le telenovelas che si rispettino, dovrebbe arrivare il finale premiante le buone azioni: il giorno dopo il bimbo comincia a recuperare e piano piano guarisce, la mamma si abbuffa, ingrassa e produce ancora tanto latte da enormi tettone e tutti vivono felici e contenti grazie alla lungimiranza ed all’acume mzungu. Ma il finale è stato diverso: quando siamo arrivati il giorno dopo, abbiamo potuto solo constatare il decesso del piccolo Josephi, ascoltare il pianto straziato della madre e condividere il cupo silenzio della nonna e dei familiari, in un giorno dove il sole sembrava meno caldo e luminoso e gli occhi di tutti erano lucidi. No, non siamo in un film: siamo in Africa.


N.b.: MZUNGU (plurale WAZUNGU) è l’appellativo di noi europei Will, Gau e Vicky rappresentano i tre quinti del personale del Mini-Hospital