E’ una delle solite, fresche mattine di agosto. Stiamo visitando la consueta piccola processione di persone che con vari mezzi, ma principalmente a piedi o in bicicletta, è arrivata all’Upendo Dispensary. In mattinata, accompagnata dal padre e dal cognato, arriva Zanisha. Viene da Mbuyuni: ha percorso a piedi i sei otto chilometri di sentiero di montagna che separano il paese da Kisanga, poi ha trovato un passaggio (lo scuolabus) per i venti chilometri fino a Msange. Ha diciotto anni ed ha partorito da poco. Ha febbre, suda freddo, barcolla; lamenta un intenso dolore addominale. I parenti riferiscono che dopo il parto avvenuto a casa, cioè in una capanna di argilla e frasche, ha cominciato a star male; dopo sei giorni di progressivo aggravamento della sintomatologia si sono decisi a consultare il dottore. Fatica a salire sul lettino, la fronte scotta, ha i brividi; l’addome disteso, dolente non solo ad un accenno di palpazione, ma anche alla sola percussione per determinarne il timpanismo; Blumberg positivo, peristalsi non apprezzabile; viene riferito alvo chiuso. L’orientamento diagnostico non lascia adito a molti dubbi: infezione puerperale che sta degenerando in peritonite. In Italia ce la caveremmo con una telefonata al 118 … ma siamo a Msange! Propongo il ricovero, ma Will, il medical assistant, mi ferma e parlotta coi parenti: quest’anno c’è stata poca pioggia, il raccolto andato male … non ci sono i soldi per pagare un ricovero a Msange (8-10 euro), tantomeno a Mikumi (almeno 20 euro). Chiedono semplicemente, se possibile, di darle le medicine: poi torneranno a casa e … sarà quel che sarà. Tutto qui. In un paese dove la speranza media di vita è di 41 anni (dato OMS) si può mettere tranquillamente in bilancio la possibilità di perdere la vita per un’infezione post-partum. La cosa non fa piacere a nessuno, ma rappresenta solo l’aspetto esistenziale di un dato, un numero che avremo letto chissà quante volte, come abbiamo letto tante volte mortalità infantile 116 per mille… una percentuale che, tradotta, significa un neonato su nove muore prima di compiere un anno (parole a maggiore impatto emotivo, che diventano un pugno nello stomaco per chiunque abbia visto morire un bambino). Per Zanisha le cose sono andate un po’ meglio: arrivata a Msange quando c’erano cinque wageni (= visitatori) per i quali pagare trenta euro (sei euro è testa!) per un ricovero non poteva certo rappresentare un problema. E’ stata ricoverata prima a Msange per terapia intensiva antibiotica, poi portata con l’ambulanza a Mikumi per ulteriori trattamenti ed eventuale intervento (che poi non stato necessario) e, dopo alcuni giorni, così ci hanno detto a Mikumi è tornata a casa. Speriamo che ora stia bene. Ma quante Zanishe senza wageni ci sono in Tanzania? E in Africa? E nel mondo?
